Sonetti romagnoli/Per chi legge
PER CHI LEGGE
I proventi per diritto d’autore di questo
libro vanno a incremento della Biblioteca
circolante Olindo Guerrini della Società
Operaia di Sant’Alberto di Ravenna.
Ricordo. E il ricordo inacerba il dolore non ancora sopito. Agli amici che sapevano di questi suoi Sonetti romagnoli e insistevano perchè li pubblicasse, mio Padre rispondeva: Nò; ui stamparà, pu, mi fiol quand ch’ a sarò mort. E troncava il discorso così, sempre, e sorrideva arguto come gli era costume. Non sono passati molti anni: ed ecco: quello che Egli diceva e che a noi pareva, ed a me sopratutti, un espediente per far tacere una insistenza che non gli garbava, è divenuto realtà. Non sono passati molti anni: ed eccomi, ora, a tradurre in fatto, con reverenza accorata, il desiderio di mio Padre, devotamente.
La vita è triste così!
I Sonetti romagnoli di mio Padre furono scritti in lungo corso di tempo. Alcuni pochi: Un’ istanza, A proposit dagl’ ultmi elezion puletichi, Un bon amigh, I’ è galantoman, Davanti a e’ Pretor, Diritto al lavoro, Elezioni, Coda, [ VIII ]Al puretti furono scritti dal 1876 al 1879 e pubblicati in un giornale vivacissimo di satira e di politica: Il lupo, che si stampava in quegli anni in Ravenna e il cui programma spregiudicato era nel motto del frontespizio: esce quando gli pare, dice ciò che gli piace. Altri pochi: Tetol!, Mi nona, A la mi belia, E’ zavaten, D’ nott, Ringraziament, Zitti, Cagnera, La perquisizion, La sentinela, La caritè, Educazion, La fuga in Egett, Chi ei?, L’ elettore libero, Geografí, Cun al boni furono scritti fra il 1880 e il 1882 e pubblicati in un almanacco: L'asino, lunario scientifico, che si stampava, anch'esso, in Ravenna per cura dei Fratelli David, editori. È ad esso che si riferisce il sonetto: Tetol!.
— I fradel David i’ ha stampé un luneri....
Tutti gli altri furono scritti saltuariamente dal 1882 al 1916. L’ ultimo sonetto del: Preludi, il quinto dei cinque sonetti: Da la Zabariona, coi versi che vogliono esser gai e sono pieni di malinconia:
L’ è ch’ a só vecc bacoch e senza dent.
Intant ch’ i è dri ch’ im piola agli ess d’ la bara
Che quest l’ è l’ ultom mi divartiment.
Tutti i sonetti scritti dal 1882 in poi sono inediti. Molti erano fra le carte di mio Padre, raccolti e ordinati in una cartella sul cui frontispizio Egli stesso aveva scritto, di sua mano: per Guido, quasi per ricordarmi il dolce, ed insieme penoso, incarico che mi voleva commesso. Ma i più li ho avuti dall’ avvocato Paolo Poletti di Ravenna, cui mio Padre, che gli era zio per parte di donne, li aveva indirizzati a mano a mano che gli era venuto di comporli. Chè per lunga consuetudine era stato così: mio Padre, pur vivendone lontano, seguiva con amore la vita di Ravenna e della nostra Romagna. E non soltanto la vita degli avvenimenti maggiori, ma anche quella spicciola della piccola cronaca quotidiana. L’ avvocato Poletti lo sapeva. Come accadeva qualche cosa fuori dal comune, ne informava mio Padre e Questi, subito, rispondeva alla notizia, con uno, con due, con più sonetti, buttati giù di getto, così, spesso sul rovescio del foglio stesso che gli aveva portato la notizia. In tale guisa sono nati quasi tutti i sonetti: Pritt e tutti i sonetti inediti di: Vita paisana.
La ripartizione dei sonetti nei sei libri: Preludi, I dscurs, E’ viazz, Interludi, Vita paisana, Pritt è di mio Padre. Ne ho trovato l’ appunto fra le [ X ]sue carte e l’ ho seguito fedele. Così anche l’ ortografia e l’ interpunzione ripetono gli originali. Qualche pedante potrà dissentire. È probabile. L’ ortografia e l’ interpunzione avrebbero potuto essere, forse, qua e là ritoccate. Ma ho preferito di non farlo. Prima, per un senso di reverenza verso il lavoro di mio Padre; poi, perchè ho pensato che il nostro dialetto, privo come è di una tradizione letteraria, non conosce nè leggi, nè regole. Non ho voluto neppure mutare nulla quando ho trovato una stessa parola scritta, a volta a volta, in diverso modo o una stessa voce riprodotta con grafie, a volta a volta, diverse. I Sonetti sono stati composti in tempi troppo diversi e con vena troppo improvvisa perchè non fosse così. Meno che mai, poi, ho voluto mettere mano ove la frase aveva espressioni rudi o vocaboli poco castigati. Come tutta l’ opera di mio Padre anche questi suoi Sonetti sono opera di verità. L’ artefice plasma in opera d’ arte la materia che ha nella mano e il nostro dialetto è materia schietta, è tutto nerbo, vita, colore, ma non conosce la castigatezza delle forme. I suoi richiami, le sue similitudini, le sue esclamazioni sono spesso parole tremendamente crude. Tremendamente crude ma non mai oscene, chè le parole oscene sono le figlie del mal costume e il mal costume nella nostra Romagna alligna meno che altrove. Contro l’ accusa di scostumati i Sonetti alzano, del [ XI ]resto, essi stessi, la voce. Il puritano (Puresta) del secondo sonetto del: Preludi lancia la sua pietra:
Parchè apena vuietar ch’ a dscurí
A sciuturè e’ cundott dal purcarí
E piò grossi ch’ a gli è piò a si cuntent
Ma i due sonetti della: Arsposta gli contraddicono arditamente: l’ uno:
E’ linguagg naturel d’ e’ mi paes,
A m’ intend e’ dialett santalbartes,
E’ bsogna riferil coma ch’ us trova
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
A dscor mel, t’ é rason, mo t’ capirí
Che al parol adruvedi in sta manira
Al n’ è l’ imagin d'una purcarí.
Senza malizia e senza ipucrisí
e l’ altro:
D’ i suldè, d’ i avuchet e d’ quel ch’ ut pè,
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
In t’ e’ pinsir ugn’ è la spurchitè.
Necessario mi è parso, invece, annotare in calce ad ogni sonetto la traduzione dei vocaboli più strettamente dialettali e utile mi pare dare, qui, qualche notizia delle persone, dei luoghi, [ XII ]degli avvenimenti, delle cose con cui i sonetti hanno più intimo riferimento. Zezar Raspon è il conte Cesare Rasponi, che fu una delle figure più spiccate della vita pubblica ravennate intorno al 1870, quando il primato era conteso fra i Brigant (Conservatori) e i Prugressesta (Democratici). I primi traevano forza dal dominio degli organismi economici (sonetto: L’ elettore libero):
Ch’ un’ um staga di d’ nó ch’ um assassena!
S’ a ni pegh, im to sobit la patent!
Coss’ el par ló scuntem sta cambialena?
Mo un sà ch’ a vegh a messa ogni matena?
Gli altri avevano per giornale di battaglia: La giovane Romagna, (sonetto: Elezioni):
Quant a ch’ la cambialena pu, pruvè
S’ uv la sconta la Giovine Rumagna.
Ed erano giorni torbidi di passione, in cui era mezzo di governo l’ amunizion (sonetti: I’ è galantoman e Davanti a e’ Pretor) e arma di ribellione il coltello.
Bacaren è Alfredo Baccarini. Zanardela è Giuseppe Zanardelli. Reva è Luigi Rava, Ministro della Pubblica Istruzione quando fu scritto il sonetto: E’ mestar. Il conte Pasolini è il conte [ XIII ]Pier Desiderio Pasolini, Senatore del Regno, scrittore di Storia e di Filosofia. Nigrisoli è il dottore, commendatore Domenico Nigrisoli di Sant’ Alberto di Ravenna, vedovo di una sorella di mio Padre, uomo di indomita fede liberale, cospiratore, soldato, patriota di ferventissima operosità. L’ avuchett Pulett, il Pino del secondo e del terzo sonetto della: Brenda e del secondo sonetto del: Trittico della notizia (Prematura), è l’ avvocato, cavaliere Paolo Poletti di cui ho già detto. Consigliere comunale di Ravenna, discutendosi il 19 novembre 1903 del riordinamento della piazza Vittorio Emanuele, egli sostenne l’ opportunità di consentire ai rivenditori al minuto di impiantare baracche (tabarine), purchè costrutte su un modello che rispondesse a certe condizioni di decoro e di estetica. Il sonetto: De re tabarinaria con le due terzine:
E’ Re Teodorico in t’ e’ pruspett
Cun i Eserca d’ i grech e d’ i laten.
Ch’ la sarà pena d’ ert e d’ rigaden
A unor e gloria d’ l’ avuchett Pulett!
si riferisce a ciò. E’ pasturen (il pastorino) è Domenico Miserocchi, pittore ravennate. L’ avuchet Modi è l’ avvocato Giacomo Modi di cui i cinque sonetti del: Pentateuco del giurisperito dicono la [ XIV ]storia. L’ avuchet Meccol è l’ avvocato Pasquale Miccoli. Savigni è Francesco Savigni che diresse per lunghi anni il: Corriere di Romagna, (E’ curir) giornale politico quotidiano di Ravenna. Par è lo pseudonimo con cui Apollinare Fusconi firmava nello stesso giornale la cronaca cittadina e articoli che parlavano di tutto un pò. Gigiarlen è il conte Guaccimanni. Tomacelli è Giacomo Tomacelli, proprietario di una farmacia che fu già di un Gelli. Burnazz è il dottore Tito Burnazzi. Muratori (Sante), Cortesi (Giuseppe), Errani (Ugo), Don Pozzi (Don Pietro Pozzi), Don Conti, Don Careri sono persone che hanno avuto diversa parte nelle vicende cittadine. Andrè Fascena (Andrea Ortolani) è uno spirito bizzarro che fu autore di azioni e di poesie giocose. E’ murett è un noto mercante di cavalli e Archimede è un suo cocchiere, popolare per la figura maestosa, l’ arguzia clamorosa e la sete inestinguibile. E’ grugnazz è il padrone di una pasticceria di via Cairoli. E’ schizzon è Cesare Orioli, padrone del caffè Roma in Piazza Vittorio Emanuele. La Zabariona (la vedva, la vedova, d’ Zabarion) è un’ ostessa che teneva osteria nel suburbio fuori di Porta Adriana (ora Saffi) ove
perchè
Senza sdaziè mai marascon in Dugana.
(sonetto: Da Piacenza a Milan); và in battello sul Lago Maggiore e quello che più lo colpisce è che
(sonetto: Legh Maggior); vede le incomparabili meraviglie di Venezia, ma giudica che
Ch’ l’ è una strazza d’ marché com’ un palazz
Indov ch’ us trova tott’ i pess ch’ avlí.
(primo dei sonetti: Venezia); trova che Modena
perchè ci si beve
Ch’ l’ ha nom lambrosch e ch’ am l’ arcord ancora
[ XVII ](sonetto: Modna) ed a Bologna esce in una esclamazione che lo qualifica magistralmente:
Nò a curessom ai Quattar Piligren
A magnè al parpadell cun e’ parsott.
(sonetto: Bulogna). Tugnazz, anzi: Tugnazz Talanti (quinto sonetto dei: Ricordi dell’ Esposizione di Faenza), è diverso. Tugnazz è il campagnolo di trenta anni fa, bonario e malizioso, che su un fondo di rettitudine innesta ogni sottile accorgimento per far quattrini. In politica, accarezza un suo indeterminato senso di ribellione che lo fa contento quando può dire:
ma professa un intimo rispetto per chi comanda. Nella vita, è rude, loquace, impetuoso, ma vuol «vivere e lasciar vivere, in santa pace con tutti, secondo una sua filosofia piacevolmente quietista serena e rasserenatrice, qualche volta scettica, spesso ingenua, sempre utilitarista. E coltiva tre passioni sorelle: la caccia, i cavalli, il vino. La caccia, che gli fa pigliare un anno di galera quando spara, per sbaglio, adosso a
Ch’ e’ cag.... in t’ e’ stabi d’ e’ purzil
(terzo sonetto di: Un fatt e’ vera); i cavalli, che gli pigliano la mano e rovesciano lui e tutta la [ XVIII ]compagnia nel Candiano al ritorno dalla gita di piacere:
Us amulé d’ carira e vi ch’ andessom
Ch’ al do cavali agli tulé la man.
E patapunf.... a moll in t’ e’ Cangian
Ch’ as avessom d’ anghè....
(secondo sonetto della: Gita di piacere); il vino, che è il suo demone, che lo eccita:
(terzo sonetto dei: Ricordi dell’ Esposizione di Faenza) e che lo placa:
L’ upignon dagli idei d’ e’ su carattar
Al cumpagné dirett a l’ ustarí
Ch’ l’ è la vera manira par fel sbattar.
(sesto sonetto dei: Ricordi dell’ Esposizione di Faenza). Tugnazz, come tipo rappresentativo del campagnolo di Romagna, nacque e crebbe giocosamente fra i tavoli di un caffè di Ravenna in un crocchio di amici: Giovanni Zoli, l’ ingegnere Federico Eredi, il professore Enrico de Michelis, il professore Santi Muratori. Lo ha narrato nel: Resto del Carlino, del 29 novembre 1916 l’ avvocato Paolo Poletti. Conobbe anche la fin[ XIX ]zione del palcoscenico in un monologo: La puletica che l'avvocato Paolo Poletti pubblicò nel: Plaustro, del 1° luglio 1912 e in cui amici filodrammatici colsero applausi in Ravenna e in Romagna. Ma ora nei Sonetti romagnoli rivive di nuova vita con gioiosa prosperità. Basso di statura, tarchiato, rubizzo, sicuro di se e incurante degli altri, non pare di vederlo, Tugnazz,
La sacona d’ vilut e al scherp d’ vachetta
(secondo sonetto di: Un fatt e’ vera) secondo l’ ultimo figurino della moda campagnola?
Dei luoghi, ricorderò qualcuno dei principali. Palazzo merlato è il palazzo del Comune di Ravenna; Class è la chiesa di Classe; Port la chiesa di S. Maria di Porto; E’ Suffragi la chiesa del Suffragio; S. Antoni d’ i foss l’ oratorio di S. Antonio dei fossi; Pelciavé la via Palserrato (ora Cairoli); E’ cul d’ e’ sac via Francesco Negri di oggi; I Calzinell via Calcinelli, di reputazione postribolare; Porta Indariana Porta Adriana (oggi Saffi); Porta Srè Porta Serrata; Porta Albarona Porta Alberoni; Porta Zisa Porta Sisi. La Sabiunera è via Sabionara e la Valona è via della Vallona ed entrambe ricordano il tempo in cui le valli arrivavano alle porte della città. La Vi Cuva è la via Cupa; la Stre Rampena la via Rampina; la Stre Fantena la strada Faentina, che da Ravenna [ XX ]conduce a Faenza. E’ Cangian è il canale che da Ravenna và al mare, su cui La catlana, una vecchia barca, chiamata così perchè proprietà di Paolo Catelani, portava, d'estate, i bagnanti. dalla città a Porto Corsini. L’ Ardonda (la rotonda) è il sepolcro di Re Teodorico. La Raisa è una villa che fu già dei conti Raisi ed ora è villa Stanghellini, vicina al Godo. I Tri Pont sono una località fra Ravenna e S. Alberto, ove la strada sorpassa d’ infilata tre ponti. S. Albert è il paese di S. Alberto, a quindici chilometri da Ravenna, E’ Mzan è Mezzano; Al Mindariol Mandriole; Agli Alfunsen Alfonsine; Santerna Santerno, paesi, borghi, parrocchie della campagna raverinate. La Cucli è Coccolia, fra Ravenna e Forlì; Frampul Forlimpopoli. La Terra è Terra del Sole e Castruchera Castrocaro, nelle vicinanze di Forlì. Cudgnola è Cotignola.
Per le cose e per gli avvenimenti dirò: per le cose: che E’ Sant Sassol è una pietra con servata in Duomo cui i fedeli attribuiscono di aver servito alla lapidazione di S. Apollinare e di avere tratto da ciò virtù miracolose; che la Camarazza è un circolo campagnolo mezzo politico e mezzo di divertimento; che la Squaciarella (squaciarella propriamente vuol dire: diarrea) è un sodalizio, in genere, di parte clericale; che la Cangiota è una botte da viaggio; che la Sacona è una giacca da caccia fornita di una ampia bisaccia [ XXI ]a tergo fra la stoffa e la fodera; che l’ Uva inguanena è l’ uva cresciuta su alberi scapezzati da un anno; che Fe bdecch chi è giocare a pari e dispari (ove chi fa dispari è dichiarato becc (cornuto); che Zughè a taiè è giuocare a bassetta; che Zughè a giarè è giuocare alla lippa; per gli avvenimenti: che E’ viazz trae argomento da un lungo viaggio in bicicletta che mio Padre effettivamente compì nel 1901 per le città e i paesi ricordati, fino alla salita del Monte Rosa con una comitiva organizzata dal Touring Club (i due episodi ricordati nel: Viazz: La dsgrezia e l’ incendio, sono veri. I due giovini che caddero dalla montagna furono: il ragioniere Faccetti e il ragioniere Casati; l'incendio è quello che danneggiò il Teatro Grande di Brescia) e poi con me; che i sonetti della Novena ampollinaresca furono scritti quando nel 1908 gli italiani di Trieste, dell'Istria e della Dalmazia donarono alla città di Ravenna un’ ampolla per l’ olio che alimenta la lampada sul sepolcro di Dante; che i Sonetti: Ricordi dell’ Esposizione di Faenza furono scritti per l’ esposizione regionale che ebbe luogo in quella città nel 1908; che Agli elezion puletichi sono quelle del 1904; che E’ pepa che muore è Papa Leone XIII; che il Conclave è quello che elesse Papa Pio X.
Su questo sfondo di realtà i Sonetti romagnoli snodano il loro canto. Quando accorati, quando [ XXII ]ilari, spesso mordaci, talvolta irosi, essi rispecchiano, fedeli, l’ anima rude della nostra terra. Scritti in lungo corso di tempo, qualcuno accennaa tipi oggimai scomparsi e a costumanze dimenticate. Oggi Pulinera non crede più nei miracoli d’ E’ Sant Sassol, la Zabariona dorme
il Cicerone ravignano ha imparato a mente il Baedeker, Tugnazz va in automobile, E’ paroch d’ i Tri Pont:
Zugador, biastmador senza cunfront
E spess in scaia prema d’ di la messa
fa propaganda per il Partito Popolare Italiano, Il prode soldato Polinara, trasfigurato nel Giallo del Podgora, si è battuto leoninamente. Ma l’ animo, quello non ha mutato. E i Sonetti romagnoli ne cantano i vizi e le virtù, le fiacchezze e gli ardimenti con illibata verità. Con quella illibata verità che fu sempre, immutabilmente, la Fede d’ Arte di mio Padre.
S. Alberto di Ravenna, ottobre 1920.
Guido Guerrini